Pubblicato da: angelaeffe | 07/11/2010

VIVO ALTROVE CON UNA LINGUA PER AMICA?

Due settimane fa ho visto The Social Network, biografia romanzata della genesi di Facebook, che racconta magistralmente il paradosso dell’incomunicabilità per chi ha inventato la rete della socialità per eccellenza.

Studenti in campus universitari lontani centinaia di chilometri dalle proprie case, famiglie assolutamente assenti, questo è il modello di formazione americano.  Su uno sfondo di feroce lotta darwinista,  il vuoto viene colmato dai nuovi contatti in rete, pare quasi che le reti sociali siano nate anche nel tentativo di risolvere le assenze della vita reale.

Per una strana relazione associativa, proprio questi sentimenti di assenza e di difficoltà a comunicare mi hanno portato il cervello a un’intersezione tra The Social Network e il libro di Claudia Cucchiarato: Vivo Altrove.




Vediamo se riesco a chiarire il corto circuito.

Lo scorso 18 ottobre è stato presentanto qui a Barcellona, presso l’Istituto Italiano di Cultura, questa raccolta di storie della nuova diaspora italiana, a cui dà voce appunto Vivo Altrove.  Occasione per l’appuntamento, di grande successo di pubblico, è stata la X settimana della lingua italiana, promossa dal Ministero degli Esteri.  Per l’attuale edizione era stato scelto il titolo  Una lingua per amica:l’italiano nostro e degli altri, dedicando tutta l’attenzione

ai giovani italiani che vivono all’estero e ai ‘nuovi’ giovani italiani arrivati nel nostro Paese, hanno spiegato gli organizzatori.

Durante la serata abbiamo ascoltato le storie di questi italiani espatriati che a centinaia di chilometri da casa, continuano a pensare, sognare o ad arrabbiarsi nella loro lingua materna. Sarebbe interessante ascoltare anche gli “altri” italiani, quelli con cognomi esotici e che invece hanno fatto il percorso inverso.   Ma parlando di Vivo Altrove, apprendiamo che i suoi protagonisti hanno comprato un biglietto di sola andata, scegliendo di abitare lontano dal suolo natio spesso per curiosità, quasi sempre per necessità. A differenza degli immigrati tradizionali, però, i sentimenti d’inadeguatezza e di disagio scaturiscono all’interno del paese d’origine, da cui ci si è allontanati. Tuttavia, anche all’estero si devono affrontare da soli difficoltà da non sottovalutare. Forse per diffidenza, mi chiedo se la conoscenza della lingua sia requisito sufficiente per l’integrazione in un altro paese.

La somiglianza con i giovani del film The Social Network a mio avviso risiede in questo vivere altrove, lontani dai legami di consanguineità che gli italiani lasciano controvoglia. L’incomunicabilità che per i giovani americani è dovuta alle distanze del loro continente, per gli italiani, paradossalmente popolo tra i più comunicativi,  risiede nell’impossibilità di trovare un lessico comprensibile nel proprio paese.   Eppure i sentimenti non paiono gli stessi, mentre gli americani accettano la lontananza, negli italiani prevale ancora l’ambivalenza, forse perché la lontananza produce un sentimento di assenza e l’assenza spesso un vuoto che, al pari dei giovani del film, viene ricolmato grazie alla tecnologia dei blog e delle reti sociali, nel ritrovarsi in una community unita da interessi condivisi, da nuove identità narrative.

Le vicende di Vivo Altrove si trovano anche sul blog di Claudia Cucchiarato, che pubblica le fotografie ed altri commenti alla serata.

Vivo Altrove in classe

Le voci di Vivo Altrove possono offrire spunti anche a noi professori d’italiano per stranieri.

Senza dubbio le storie pubblicate rappresentano un’ottima occasione per attingere materiale genuinamente autentico che ci può aiutare ad aggiornare le unità di alcuni libri, in cui si descrivono i giovani italiani come  bamboccioni o “mammoni”, ogni qualvolta si affronta il tema “famiglia”.   In uno di questi libri, peraltro ottimo e molto usato, all’immancabile impostazione riduttiva viene aggiunta pure la foto di un trentenne in sovrappeso, ingozzato da una mamma italica e cicciona.  Ma dove sarà mai il glamour del Made in Italy?

Questo mondo retrogrado ha un fondamento di verità o si tratta ormai di un luogo comune? Potrebbe essere una domanda da proporre agli alunni dopo la lettura di alcune storie del libro di Claudia.

Nonostante le ovvie difficoltà, questi italians dimostrano spessissimo di avere idee e di saper svilupparle, ovviamente se si trovano in un contesto che ne valorizzi il talento. Da ciò consegue l’infondatezza del pregiudizio sui presunti bamboccioni.

Leggendo il libro, i testi raccolti non si discostano dal genere dei post dei blog, ovvero propongono un modello di parlato.   Dipendendo dai fini didattici, si può decidere di “facilitare” i testi per un corso E2, ma se vogliamo concentrarci nel testo autentico, penso che sia proponibile da un livello B1. Come sempre si possono avviare delle attività di prelettura, allo scopo di facilitare alcune informazioni lessicali, strutturali e in base al referente.

Da una lettura intensiva trovo queste possibili strutture lessicali e grammaticali su cui focalizzare l’attenzione:

- la frase negativa

ma non vivo nel mio Paese perché non mi offre, almeno non lo ha fatto finora, quello che trovo “altrove”…

non volevo spendere soldi per dj, vestiti, buffet…

Non voglio essere banale e non voglio neanche generalizzare troppo…

quei posti che tutto il mondo ci invidia, sono a rischio, perché senza servizi, senza controllo, senza persone specializzate e responsabili, senza cittadini che si sentono protetti e tutelati, niente potrà più essere come una volta…

- concordanze dei tempi al passatoE andare all’estero è stata la scelta giusta

lo zaino… era che si stava rapidamente riempiendo di lacrime. Ero disperata. Ma davvero! Avevo perso il lavoro da un anno e mezzo…

- avverbi e aggettivi dalle connotazioni negative:

In Italia è praticamente impossibile trovare lavoro in questo settore…

affrontare i nuovi mercati occorreva passare dal vecchio giurassico concetto di esportazione classica

gli italiani che frequentano gli ambienti accademici… perché si riferisce spesso ai portaborse sottopagati e frustrati

Credo che l’Italia abbia come marchio quella di non essere meritocratica, ma clientelare

Troverete tanto lessico sulle azioni quotidiane nel bel post Mondi possibili – Una storia da Londra e altro.

Per tante altre idee, sono sicura che i colleghi, tutti bravissimi, sapranno spremere il libro di Claudia molto meglio di me.

Concludo con due ultime riflessioni.  Probabilmente la costruzione europea ci porta inesorabilmente a una nuova integrazione, verso una società in cui lavoro e sopravvivenza ci obbligheranno a recidere legami consolidati.   Il nostro mondo tuttavia è diventato piccolo, infatti attraverso le tecnologie ci stiamo adattando tutti a un diverso tipo di socialità che per i latini in generale, non solo italiani, si dimostra un transito forse più doloroso, perché siamo tradizionalmente legati alle famiglie (consanguinee, per gruppi di appartenenza o piccole patrie).  Chissà che gli italians di Vivo Altrove altro non siano che nuovi cittadini europei.

Pubblicato da: angelaeffe | 06/09/2010

PAROLE EUROPEE AL FESTIVALETTERATURA

Si apre la 14ª edizione del Festivaletteratura di Mantova, al via dal 8 al 12 settembre, con un programma completissimo.

Propone letture inedite di classici affermati, giovani esordienti e  riscoperte affascinanti, dalla biblioteca di Ennio Flaiano, ricostruita idealmente e posta a disposizione del pubblico, ai documenti sonori degli archivi Olivetti e di Fernanda Pivano, con le interviste ai principali scrittori americani.  L’attualità internazionale è assicurata dai molti autori stranieri invitati, non manca neppure l’attenzione alla realtà digitale, segnalo tra le diverse offerte Iran 2.0, testimonianze digitali dell’Iran contemporaneo.

Riconoscere futuro e prospettive nelle molteplici proposte degli eventi può aiutare anche noi insegnanti ad aggiornare l’interpretazione degli argomenti su letture e/o letteratura presenti in alcuni dei libri che si usano nei corsi intermedi-avanzati.

Un esempio intrigante ci viene suggerito dai colori.  Sapevate che il blu non è quasi esistito fino al X secolo? E che cosa c’entra Newton con le disavventure del nero?  Ce lo spiega Marcel Pastoreau, docente alla Sorbona, in Colori e Società, giovedì 9; un percorso di due millenni di storia dei colori, tra  valenze simboliche, pratiche sociali ed esiti artistici.

C’è qualcuno, invece, che come me si sente assalito dall’incertezza sul futuro dell’italiano?

Le opere d’arte, la musica, il paesaggio: davvero riusciamo ancora ad affascinare gli stranieri grazie a tutto questo?

Ebbene, Angeles Caso sembra dare una risposta affermativa e invita a guardare la bellezza del paese senza pregiudizi o stereotipi.

Si potrà seguire l’intervento della scrittrice spagnola in diretta streaming sul sito del Festival, oppure su www.telecomitalia.it.

Sarebbe auspicabile poter accedere alla visione di tutti gli altri interventi, dato che molti non potranno recarsi al Festival.

Infine, le parole europee.  Dieci lemmi scelti da dieci autori italiani e stranieri che vanno ad arricchire il Vocabolario Europeo, già collaudato nelle edizioni precedenti.   Lo storico della lingua Giuseppe Antonelli coordina gli autori che  portano in dono una parola da loro scelta per renderla parte di un patrimonio comune e condiviso.

Ecco le parole del Vocabolario Europeo:

GENOMA (Simon Mawer)

LIMITE  (Eugenio Trías)

SENZA PATRIA   (Esmathlan Aykol)

BASTARDO, IBRIDO   (Petra Hulová)

LAMENTO   (Ágnes Heller)

ESASPERATO   (Ian  Rankin)

GIOCO   (Laurence Cossé)

CASTITÀ   (Maurizio Maggiani)

MALINCONIA   (David Machado)

BANDA DI GUERRIERI   (Joseph O’ Connor)

Fin dove è possibile raccogliere queste parole per costruire ponti semantici che le uniscano?

Il comitato organizzatore invita a lasciarsi coinvolgere e a “festeggiare insieme” , nel senso del radicamento e della scoperta.

Proviamoci allora a collegare queste parole,  anzi no, mi viene in mente un esercizio, un classico, che facciamo spesso con gli alunni: indovina la parola.

- Scegliamo una parola che terremo segreta,

-  troviamo il maggior numero di parole da associare. Le associazioni strampalate sono benvenute,

-  Qual è la parola scelta?   :-)

Pubblicato da: angelaeffe | 17/07/2010

UN MARE DI LINGUE

Mediterraneo

Un tuffo nel Mediterraneo, o meglio in tutte le sue lingue, ecco un’idea rinfrescante per alleviare l’afa di questi giorni, e sognare di visitare posti incantevoli attraverso la mostra interattiva LA MAR DE LLENGÜES.  Si tratta di una mostra itinerante che si può visitare in rete oppure cercandola sul programma.

Alle lingue nazionali ufficiali del Mare Nostrum si mescolano il friulano, il sardo, l’amazic, il copto e tante altre: nel suk linguistico mediterraneo la diversità di voci, accenti e culture è garantita da secoli. La Mar de Llengües dunque propone un percorso di (ri)scoperta delle tante lingue nazionali di cultura mediterranee che in tempo di globalizzazione vedono erodere i propri spazi dalle grandi lingue d’uso internazionale.

La mostra è attiva qui a Barcellona dal 2008,  grazie a Linguamón-La casa de les Llengües, un organismo dedicato alla promozione dei patrimoni linguistici tradizionali,  con particolare attenzione alle lingue minoritarie.

A Bolzano opera in questa linea l’EURAC, centro privato di ricerca pluridisciplinare,  che da tempo si sta impegnando negli studi delle lingue regionali e minoritarie, tra cui la lingua dei segni italiana (LIS).

Linguamón è invece un organismo pubblico  regionale di carattere divulgativo, preoccupato in primo luogo della promozione e tutela linguistica, nonché  di avvicinare il mondo delle lingue ai cittadini.

Benché chi scrive non sia portata a facili ottimismi sul futuro delle lingue più o meno minoritarie (riusciremo-riusciranno a stare a galla nell’oceano globale?), a mio avviso andrebbe segnalata agli alunni l’ottima web della mostra,  mentre una visita da parte di noi prof è irrinunciabile,  infatti i materiali che vengono messi a disposizione ci daranno delle idee per le nostre lezioni, sicuramente qualche suggerimento in più per incoraggiare la riflessione sull’integrazione dell’identità comune nazionale ed europea.


Pubblicato da: angelaeffe | 16/07/2010

AUTOBIOGRAFIA EUROPEA DI INCONTRI RAVVICINATI

Non so perché puntai dritto sulla Terra. Forse per il colore, che mi sembrava bello,  o per il modo in cui trondava nello spazio. Fatto sta che misi in azione il mio macrocanocchio e lo puntai su di voi. Ahimé, la prima cosa che vidi mi scoraggiò.  C’era un grande spazio di pelo verde e tutto intorno migliaia di persone che urlavano. In mezzo alcuni esseri vestiti di due colori diversi si disputavano con i piedi un piccolo trond. Qua sono messi anche peggio di noi, pensai: noi abbiamo solo quazz e trond, loro scarseggiano anche di trond.

Incontri ravvicinati del terzo tipo o tifosi di Star Trek in trasferta? Nulla di tutto ciò,  non è difficile indovinare a che cosa si riferisce Kraputnik Armadillynk, il marziano innamorato di uno dei racconti di “Il bar sotto il mare” di Stefano Benni.

Ma chi è Kraputnik? Un simpatico extraterrestre che arriva dal pianeta Becoda:

Il mio pianeta è a settecento anni luce dal vostro e la temperatura media è di cinquanta gradi all’ombra. È un pianeta rosolato e desolato. Ci si possono coltivare solo due cose: il Trond e il Quazz.

Lo scopo del sua viaggio è quello di cercare un regalo per la sua fidanzata, stufa dei soliti trond e quazz.

Durante il soggiorno sulla terra Kraputnik entra per la prima volta in contatto con la nostra realtà, scopre luoghi ed oggetti a cui dà nomi insoliti, confonde gli umani descrivendoli dal suo punto di vista.

Che lingua parla il volonteroso alieno? Diciamo che si difende,  probabilmente ha seguito un corso intergalattico di lingua L2 e ora  cerca di  mettere in pratica le funzioni apprese.  Lo seguiamo alle prese con diversi tentativi per porsi in contatto con i terrestri, i quali però si rivelano degli interlocutori ben poco disponibili ad ascoltarlo e ad aiutarlo. Anzi, convinti di trovarsi davanti ad un ultimo modello di lavatrice o di biglietteria automatica, non lo riconoscono mai come “essere pensante”. Le due identità, quella marziana e quella terrestre non trovano mai un minimo punto d’incontro, per cui il marziano farà la scelta del regalo in base alle regole del proprio pianeta.

Questo fallito incontro tra identità diverse mi è sembrato opportuno per introdurre il complicato argomento sull’immigrazione, in programma per il corso avanzato. Con l’intenzione di sdrammatizzare l’argomento, onde evitare almeno in entrata le solite discussioni tra spaventati e buonisti, abbiamo seguito le avventure di Kraputnik , cercando di scoprire il significato referenziale che si celava dietro le sue sorprendenti descrizioni di oggetti, luoghi e persino delle parti del corpo umano.

Dato che per il marziano, come per i terrestri,  il gioco degli equivoci non viene mai risolto, ci siamo resi conto che la sorpresa di un alieno per ciò che a noi sembra più scontato, ad esempio la sua incapacità di interpretare un crodino, assomiglia a quel tipo di straniamento che prova l’immigrato dopo un viaggio di settecento anni luce di diversità. Pertanto ci siamo chiesti se tale sensazione non sia la stessa che abbiamo provato tutti gli espatriati, anche solo per poco tempo, dipendendo dal paese di accoglienza. Probabilmente il senso di straniamento non si perde mai del tutto, come spesso testimoniano i figli degli immigrati di seconda e terza generazione, che vivono tra mondi culturali diversi, alla ricerca di un equilibrio tra culture.

Mi scuso per il lungo preambolo, ma il discorso relativo alle identità multiple a volte mi sembra ingenuamente trionfalista. Nel nostro quotidiano, anche all’epoca delle reti sociali, il flusso d’informazione continua spesso ad essere a senso unico, senza reciprocità tra gli interlocutori. Il racconto futuribile-umoristico-pessimista di Benni,  benché datato 1994 , ovvero in era pre-Facebook , a mio avviso continua a descrivere una realtà poco rassicurante.

Ma il confronto tra identità non ci dà tregua, le competenze interculturali vanno apprese. E allora ecco arrivare in aiuto la Commissione Europea. Come? Invitandoci a ricordare, ad esempio, un incontro con uno straniero. Riflettiamo un momento e induciamo anche gli alunni a porsi una serie di domande come queste:

-  Racconta di un incontro con uno straniero molto diverso da te,

- Quali cose ti hanno colpito di questa persona? Il modo di vestire, com’era? Hai notato qualcosa di strano o di imbarazzante?

- Quali sentimenti o emozioni ha suscitato in te?

- Benché ti risulti difficile, prova ad immaginare i sentimenti e le emozioni di questa persona che guarda te. Quali  emozioni  potrebbe provare,  può sentirsi contenta, o stressata, indifferente, scocciata, se non addirittura arrabbiata (proprio come i terrestri di “Il marziano innamorato”, che però contenti non si dimostrano quasi mai).

Queste domande sono solo alcuni esempi tratti dall’Autobiografia degli incontri interculturali (2009) che la Commissione Europea mette a disposizione allo scopo d’incoraggiare la riflessione individuale sugli incontri interculturali che hanno prodotto sugli alunni (su tutti noi) una forte impressione o un effetto perdurabile. Cliccare sull’immagine per seguire il link:



Il racconto di un incontro ravvicinato con un alieno sarebbe un bel punto di partenza :0)

L’Autobiografia (in inglese e francese) è una risposta pratica al Libro bianco sul dialogo interculturale (2008),  disponibile anche in italiano,  e che può utilizzarsi insieme al Portfolio Europeo delle Lingue.

L’Autobiografia è correlata da materiale didattico – scaricabile liberamente – diretto ad allievi adulti e a studenti delle scuole primarie e secondarie. Ecco un esempio di immagine, certamente significativa:


Insomma, si tratta di un’applicazione che tenta di farci mettere in gioco, stabilendo  di oltrepassare la semplice accettazione del diverso come nuovo obiettivo dell’apprendimento/ insegnamento del pluralismo culturale.

Cultura, identità, norme condivise: come già detto, per il marziano innamorato risulta impossibile mettere in pratica i significati pragmatici terrestri.  Infatti, l’apprendimento della pragmatica di una nuova lingua è oggettivamente difficile, sostiene Camilla Bettoni (2006):

È necessario confrontarsi con le circostanze giuste e serve inoltre confrontarsi con l’interlocutore giusto*

E qui sta il punto, Kraputnik non trova mai l’interlocutore giusto.

* (C. Bettoni, Usare un’altra lingua. Guida alla pragmatica interculturale, Laterza,  pag. 236)

Festa di fine corso e non solo: studenti del corso di italiano attraverso il teatro “Tutti in Scena” rappresenteranno “Non tutti i ladri vengono per nuocere” (adattamento dell’atto unico di Dario Fo).

Consiglio di non perderlo:  sono bravissimi!!

Poi, come tutti gli anni, ci sarà la consegna dei diplomi del Superiore 2 e per finire, un aperitivo italiano.

Per ulteriori informazioni, fai click qui.

autore: Antonella Berriolo

Pubblicato da: ab | 31/05/2010

siamo in 500 su Facebook!

il gruppo su facebook dell'Istituto Italiano di Barcellona

Il gruppo dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona su Facebook ha raggiunto i 500 membri!
E allora nelle prossime settimane abbandoneremo 5 libri nel giardinetto dell’IIC (Ptge. Méndez Vigo, 5).

Sul muro del gruppo si annuncerà l’ora e il giorno e si darà qualche pista per trovarlo più facilmente.

I libri che verranno abbandonati (non in questo ordine) sono:

Andrea Vitali. La figlia del Podestà
Gianni Celati Cinema naturale
Mariolina Venezia Mille anni che sto qui
Rossana Campo Mentre la mia bella dorme
Stefano Benni Pane e tempesta

Come vedete ce n’è per tutti i gusti.

Buona caccia!

Autore: Antonella Berriolo
Pubblicato da: ab | 22/04/2010

leggere

Il primo libro che ho letto in spagnolo è stato Sin noticia de Gurb, di Mendoza. Ero qui da poco, stavo frequentando un corso di spagnolo e credo che il mio livello fosse più o meno un A2.
L’ho riletto, parecchi anni dopo, e devo dire che mi è piaciuto molto meno della prima volta. Non è che la prima volta avessi capito proprio tutto, e nemmeno tanto bene, ma ricordo la soddisfatta esplosione neuronale e la sensazione di scoperta ogni volta che afferravo il senso di una frase complessa o scoprivo (non senza fatica) che chorizo in spagnolo ha due significati. Ho riso molto, moltissimo, mentre l’ho letto la prima volta. Molto meno quando l’ho riletto.

Con questo voglio dire che non esiste un livello “giusto” né il libro “giusto” per iniziare a leggere in una lingua straniera. Tutto dipende dai gusti, dalla persona, da se si è abituati o no a leggere in una lingua che non è la propria (e quindi se si è disposti a tollerare di non comprendere proprio tutto), da se si ama leggere, e un lungo eccetera.

I nostri alunni ci chiedono sempre, ogni anno, Che possiamo leggere? Domanda a cui è difficile rispondere. Il mio consiglio in genere è, se sono alle prime esperienze, di andare in biblioteca, curiosare un po’, leggiucchiare qualche pagina qui e lì per vedere se il libro può piacere o se è troppo difficile, e poi sceglierne uno. Il rischio è minimo: se non piace o se la lettura richiede un livello di conoscenza linguistica superiore, si rende.

Di libri in italiano in biblioteca se ne trovano molti. C’è, ovviamente, la biblioteca dell’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona , ma anche le biblioteche pubbliche, se si sa dove o come cercare, hanno una discreta scelta di letture in lingua originale.

Chi invece non è alla prima esperienza e sa che può affrontare senza molti problemi qualsiasi autore contemporaneo, o chi preferisce acquistare i libri (non capirò mai questa strana mania di possedere e conservare una cosa così “impalpabile” come un libro), le migliori librerie a Barcellona con una buona sezione di autori italiani in lingua originale sono, a mio modesto parere, la Laie e La Central. Oppure, si può fare un ordine direttamente in Italia, attraverso le due librerie online più conosciute: Ibs e bol.it (ma preparatevi a pagare profumatamente la spedizione).

Resta però il problema di: cosa leggere? Diciamoci la verità, la maggior parte delle nostre scelte in fatto di lettura sono dovute al passaparola. Per chi è all’estero o per chi non gode di un’estesa rete di amici italiani (e per giunta appassionati di letteratura) è molto difficile destreggiarsi tra i tanti best seller e novità.

Una soluzione potrebbe essere iscriversi al club di lettura dell’Istituto o frequentare il nuovo corso di letteratura e società.

Se invece siete lettori indipendenti e solitari, non vi resta che la rete: segnalo Anobii , un grande libreria sociale in cui gli stessi lettori commentano e consigliano (o sconsigliano) i libri che hanno letto, e ovviamente Fahranheit, il programma di letteratura su radio 3  che si può ascoltare online, in diretta, ma che offre anche podcast scaricabili dei programmi.

Antonella Berriolo

Foto di Antonella Beccaria

Pubblicato da: linograz | 11/03/2010

Verso il Lunfardo (2)

Verso la Plata (2)

Se ogni emigrazione è ovviamente viaggio fisico ed esistenziale, certo l’aspetto di “viaggio linguistico” segna profondamente l’esperienza dell’emigrante-immigrante, nonché quella degli abitanti del paese di accoglienza.

Già sulla nave, l’incontro tra persone provenienti da diverse parti d’Italia e argentini, più o meno oriundi, di ritorno a casa, produce un immediato mutamento linguistico. Ecco ancora De Amicis che ci descrive la parlata degli emigranti italiani prima e degli argentini poi:

«Ma bisognava sentire che vocabolario: era il primo saggio ch’io intendevo della strana lingua parlata dalla nostra gente del popolo dopo molti anni di soggiorno nell’Argentina, dove, col mescolarsi ai figli del paese, e a concittadini di varie parti d’Italia, quasi tutti perdono una parte del proprio dialetto e acquistano un po’ d’italiano, per confonder poi italiano e dialetto con la lingua locale, mettendo desinenze vernacole a radicali spagnuole, e viceversa, traducendo letteralmente frasi proprie dei due linguaggi, le quali nella traduzione mutan significato o non ne serban più alcuno, e saltando quattro volte, nel corso di un periodo, da una lingua all’altra, come deliranti. Trasecolando gli udii dire si precisa molta plata per “ci vuol molto danaro”, guastar capitali per “spender capitali”, son salito con un carigo di trigo per “son partito con un carico di grano”. E in quest’orribile gergo tirava via a dar addosso alla Camera dei Deputati, al governo atrasado (rimasto addietro), al popolo di mendìgos (mendicanti), e perfino ai monumenti d’arte, dicendo che, nel ripassare per Milano, aveva trovato il Duomo molto più piccolo di come l’aveva nella mente»

«E mi stupiva anche quella loro lingua spagnuola come snodata e alleggerita della scorza letteraria, accentuata in modo nuovo per me e fiorita di parole sconosciute e bizzarre, e cantata con quel lontano ricordo di melopea indiana, che mi faceva passar per la fantasia delle facce color di rame ornate di penne» .

Se furono quindi i bastimenti a popolare l’Argentina, portandovi usi e costumi europei e in particolare italiani, è facile immaginare come queste navi arrivassero cariche di lingue, dialetti, parlate o gerghi diversi. Non stupisce quindi che gli abitanti di Buenos Aires, Montevideo e altre città abbiano nel tempo creato un linguaggio locale infarcito di termini ed espressioni provenienti da paesi lontani.

(continua)

NdB
SZ

1- Verso La Plata
Foto di S.Z.
Una barzelletta famosa in Spagna e in America Latina racconta che se i messicani provengono dagli aztechi e i peruviani dagli inca, gli argentini, invece, provengono dalle… navi. La popolazione argentina è infatti in gran parte di origine europea, soprattutto spagnola e italiana, ma anche francese, polacca, tedesca e inglese. Per più di un secolo, dalla seconda metà del XIX secolo ai primi decenni del XX, decine di milioni di europei emigrarono in Argentina e Uruguay, molti per non tornare più. La grande emigrazione verso la zona del Rio de la Plata portò ovviamente con sé usi e costumi del paese o della regione d’origine.

Basta scorrere l’elenco telefonico di Buenos Aires per rendersi conto della diversità di origine degli argentini: sono migliaia i cognomi di origine evidentemente europea e in particolare italiana. Un altro esempio che salta agli occhi è la varietà di piatti tipici italiani ormai radicati localmente, quali il pesto genovese o la bagna cauda piemontese.

Non meno importante fu il contributo linguistico degli immigranti, che introdussero nella parlata argentina (soprattutto di Buenos Aires) termini provenienti da lingue o dialetti europei. Il cocoliche, ibrido italo-spagnolo e il lunfardo, di cui tratteremo in questo articolo, sono due esempi dell’influenza della lingua e dei dialetti italiani sul linguaggio della regione del Rio de la Plata.

I dati sull’emigrazione italiana in Argentina sono controversi, soprattutto perché è difficile tenere il conto di chi davvero si trasferì a Buenos Aires per restarvi; molti infatti vi si recarono per lavorare per un determinato periodo e poi fecero ritorno in patria. Ad ogni modo, si parla di milioni di persone che si imbarcarono a Genova e a Napoli per cercar fortuna in Argentina e Uruguay. All’inizio partirono principalmente dal nord (soprattutto Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto) e in seguito dal sud (Campania e Calabria).

Ma chi era che partiva? E in che condizioni? Edmondo de Amicis, l’autore di Cuore, nel 1884 viaggiò da Genova a Montevideo su un bastimento carico di emigranti e così, nel suo libro-diario di viaggio Sull’Oceano ci descrive l’Italia a bordo:

«la maggior parte degli emigranti, come sempre, provenivano dall’alta Italia…molti Valsusini, Friulani, agricoltori della bassa Lombardia e dell’alta Valtellina; dei contadini d’Alba e Alessandria che andavano all’Argentina non per altro che per la mietitura, ossia per mettere da parte trecento lire in tre mesi navigando 40 giorni. »

(continua)

NdB
S.Z.

Pubblicato da: linograz | 20/02/2010

Il signor Battibaleno

foto di saulo zito

“Siore e siori, ledis en gentilman, segnoras i segnores benevenuti al magico, unico, meraviglioso, immaginifico, sublime Circo delle Parole Italismane! È nostra intenzione “piantare le tende” del nostro baraccone tra queste pagine e deliziarvi settimanalmente con azzardate piroette lessicali, lazzi etimologici e altre chicche che vi emozioneranno, commuoveranno e terranno col fiato sospeso. Se mi permettete, vorrei presentarmi: mi chiamo Battibaleno e sono riconoscibile per via dei lunghissimi baffi che mi crescono velocissimi ogni giorno. La mattina mi rado e la sera, in un battibaleno, posso di nuovo sfoggiare i miei baffi ormai proverbiali. Mi accompagna qui di fronte allo spettabile pubblico la leggiadra signorina Cianfrusaglia, fanciulla dal comportamento irreprensibile (si sente un mormorio dei membri del circo). Un bell’applauso, per favore!”

Qualcuno sostiene che tra Battibaleno e Cianfrusaglia ci sia del tenero. Ma Noi ci teniamo a smentire categoricamente tali dicerie, dato che Battibaleno è un uomo sposato e la moglie, la signora Battibecco in Battibaleno, non permetterebbe certo al marito di spassarsela con una donna che “certo, certo, sarà pure carina, ma è proprio inutile”

(continua)

saulo zito

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