Due settimane fa ho visto The Social Network, biografia romanzata della genesi di Facebook, che racconta magistralmente il paradosso dell’incomunicabilità per chi ha inventato la rete della socialità per eccellenza.
Studenti in campus universitari lontani centinaia di chilometri dalle proprie case, famiglie assolutamente assenti, questo è il modello di formazione americano. Su uno sfondo di feroce lotta darwinista, il vuoto viene colmato dai nuovi contatti in rete, pare quasi che le reti sociali siano nate anche nel tentativo di risolvere le assenze della vita reale.
Per una strana relazione associativa, proprio questi sentimenti di assenza e di difficoltà a comunicare mi hanno portato il cervello a un’intersezione tra The Social Network e il libro di Claudia Cucchiarato: Vivo Altrove.
Vediamo se riesco a chiarire il corto circuito.
Lo scorso 18 ottobre è stato presentanto qui a Barcellona, presso l’Istituto Italiano di Cultura, questa raccolta di storie della nuova diaspora italiana, a cui dà voce appunto Vivo Altrove. Occasione per l’appuntamento, di grande successo di pubblico, è stata la X settimana della lingua italiana, promossa dal Ministero degli Esteri. Per l’attuale edizione era stato scelto il titolo Una lingua per amica:l’italiano nostro e degli altri, dedicando tutta l’attenzione
ai giovani italiani che vivono all’estero e ai ‘nuovi’ giovani italiani arrivati nel nostro Paese, hanno spiegato gli organizzatori.
Durante la serata abbiamo ascoltato le storie di questi italiani espatriati che a centinaia di chilometri da casa, continuano a pensare, sognare o ad arrabbiarsi nella loro lingua materna. Sarebbe interessante ascoltare anche gli “altri” italiani, quelli con cognomi esotici e che invece hanno fatto il percorso inverso. Ma parlando di Vivo Altrove, apprendiamo che i suoi protagonisti hanno comprato un biglietto di sola andata, scegliendo di abitare lontano dal suolo natio spesso per curiosità, quasi sempre per necessità. A differenza degli immigrati tradizionali, però, i sentimenti d’inadeguatezza e di disagio scaturiscono all’interno del paese d’origine, da cui ci si è allontanati. Tuttavia, anche all’estero si devono affrontare da soli difficoltà da non sottovalutare. Forse per diffidenza, mi chiedo se la conoscenza della lingua sia requisito sufficiente per l’integrazione in un altro paese.
La somiglianza con i giovani del film The Social Network a mio avviso risiede in questo vivere altrove, lontani dai legami di consanguineità che gli italiani lasciano controvoglia. L’incomunicabilità che per i giovani americani è dovuta alle distanze del loro continente, per gli italiani, paradossalmente popolo tra i più comunicativi, risiede nell’impossibilità di trovare un lessico comprensibile nel proprio paese. Eppure i sentimenti non paiono gli stessi, mentre gli americani accettano la lontananza, negli italiani prevale ancora l’ambivalenza, forse perché la lontananza produce un sentimento di assenza e l’assenza spesso un vuoto che, al pari dei giovani del film, viene ricolmato grazie alla tecnologia dei blog e delle reti sociali, nel ritrovarsi in una community unita da interessi condivisi, da nuove identità narrative.
Le vicende di Vivo Altrove si trovano anche sul blog di Claudia Cucchiarato, che pubblica le fotografie ed altri commenti alla serata.
Vivo Altrove in classe
Le voci di Vivo Altrove possono offrire spunti anche a noi professori d’italiano per stranieri.
Senza dubbio le storie pubblicate rappresentano un’ottima occasione per attingere materiale genuinamente autentico che ci può aiutare ad aggiornare le unità di alcuni libri, in cui si descrivono i giovani italiani come bamboccioni o “mammoni”, ogni qualvolta si affronta il tema “famiglia”. In uno di questi libri, peraltro ottimo e molto usato, all’immancabile impostazione riduttiva viene aggiunta pure la foto di un trentenne in sovrappeso, ingozzato da una mamma italica e cicciona. Ma dove sarà mai il glamour del Made in Italy?
Questo mondo retrogrado ha un fondamento di verità o si tratta ormai di un luogo comune? Potrebbe essere una domanda da proporre agli alunni dopo la lettura di alcune storie del libro di Claudia.
Nonostante le ovvie difficoltà, questi italians dimostrano spessissimo di avere idee e di saper svilupparle, ovviamente se si trovano in un contesto che ne valorizzi il talento. Da ciò consegue l’infondatezza del pregiudizio sui presunti bamboccioni.
Leggendo il libro, i testi raccolti non si discostano dal genere dei post dei blog, ovvero propongono un modello di parlato. Dipendendo dai fini didattici, si può decidere di “facilitare” i testi per un corso E2, ma se vogliamo concentrarci nel testo autentico, penso che sia proponibile da un livello B1. Come sempre si possono avviare delle attività di prelettura, allo scopo di facilitare alcune informazioni lessicali, strutturali e in base al referente.
Da una lettura intensiva trovo queste possibili strutture lessicali e grammaticali su cui focalizzare l’attenzione:
- la frase negativa
ma non vivo nel mio Paese perché non mi offre, almeno non lo ha fatto finora, quello che trovo “altrove”…
non volevo spendere soldi per dj, vestiti, buffet…
Non voglio essere banale e non voglio neanche generalizzare troppo…
quei posti che tutto il mondo ci invidia, sono a rischio, perché senza servizi, senza controllo, senza persone specializzate e responsabili, senza cittadini che si sentono protetti e tutelati, niente potrà più essere come una volta…
- concordanze dei tempi al passato: E andare all’estero è stata la scelta giusta
lo zaino… era che si stava rapidamente riempiendo di lacrime. Ero disperata. Ma davvero! Avevo perso il lavoro da un anno e mezzo…
- avverbi e aggettivi dalle connotazioni negative:
In Italia è praticamente impossibile trovare lavoro in questo settore…
affrontare i nuovi mercati occorreva passare dal vecchio giurassico concetto di esportazione classica
gli italiani che frequentano gli ambienti accademici… perché si riferisce spesso ai portaborse sottopagati e frustrati
Credo che l’Italia abbia come marchio quella di non essere meritocratica, ma clientelare
Troverete tanto lessico sulle azioni quotidiane nel bel post Mondi possibili – Una storia da Londra e altro.
Per tante altre idee, sono sicura che i colleghi, tutti bravissimi, sapranno spremere il libro di Claudia molto meglio di me.
Concludo con due ultime riflessioni. Probabilmente la costruzione europea ci porta inesorabilmente a una nuova integrazione, verso una società in cui lavoro e sopravvivenza ci obbligheranno a recidere legami consolidati. Il nostro mondo tuttavia è diventato piccolo, infatti attraverso le tecnologie ci stiamo adattando tutti a un diverso tipo di socialità che per i latini in generale, non solo italiani, si dimostra un transito forse più doloroso, perché siamo tradizionalmente legati alle famiglie (consanguinee, per gruppi di appartenenza o piccole patrie). Chissà che gli italians di Vivo Altrove altro non siano che nuovi cittadini europei.










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